20120322-Kosovo, celebrazione del Nevruz (Dervishi), tariqua Rufaì di Prizren3-Anna Tosetti

Prendiamoci un caffè – racconti da un anno di servizio civile in Kosovo – marzo 2012

Prizren è più a destra. Guardando la cartina dei Balcani ho l’impressione che ci debba essere stato qualche errore di calcolo da parte dei geografi. Prizren dovrebbe stare più a destra, più a Oriente. Perché di Oriente c’è molto, anche per questo Prizren si distingue dalle altre città del Kosovo; anche per questo è chiamata “l’Istanbul” dei Balcani. Tra il XV e il XVII secolo Prizren è stata sotto il controllo dell’impero ottomano e l’influenza culturale di questa presenza si sente e vede ancora oggi. La città è a maggioranza musulmana, ha più di trenta moschee e per avere un’idea del suo essere a Oriente, bisogna salire al castello, dove si gode di una vista globale, e sentire i muezzin di tutta la città che chiamano alla preghiera. Ci sono edifici ottomani tra cui un bellissimo hamman (bagno turco), il Gazi Pasha Hammame, poi negozi con scritte in turco oltre che in albanese, cibi turchi (ayran, burek, pide,…). E, non a caso, i militari Kfor di stanza a Prizren sono turchi e tedeschi. Il turco è una delle tre lingue parlare, insieme all’albanese e al serbo. E in questo Prizren è unica, punto di incontro e, a volte di scontro, di due mondi diversi. La sua storia, anche quella recente, ha continuamente dimostrato che proprio il suo essere la porta balcanica tra Oriente e Occidente spesso le ha permesso di rimanere fuori dalle logiche del conflitto che hanno segnato il Kosovo di ieri e di oggi.

Tutta questa premessa era per arrivare a dire che, all’interno della Prizren mussulmana e della Prizren turca, ci sono alcuni gruppi religiosi particolari: i dervisci. Essi rappresentano uno dei fenomeni più rilevanti nella storia della spiritualità islamica e in particolare della dottrina mistica del sufismo.

Nell’odierno Kosovo vive un imprecisato numero di fedeli che appartengono a diversi ordini tra loro distinti: i bektashi, i kadri, gli havleti, i nakshipendi, i rifai, i saadi e gli shazeli. Tutto ebbe inizio con i bektashi, ordine che prende il nome dal suo fondatore Hunqar Haji Bektash Veli, nato nell’Iran orientale. L’ordine dei bektashi è interessante per molte ragioni: per il peso che ha nella cultura turca, ma anche perché rappresenta un superamento delle differenze tra le tradizioni musulmane di sunniti e sciiti, il che lo fece diventare una delle istituzioni più importanti dell’impero, con centri spirituali nella città del Cairo, in Anatolia, nel Turkestan e nella città imperiale di Istanbul. Nel 1826 il sultano turco Mahmud II cominciò a eliminarne i seguaci con il pretesto che avevano accumulato e abusato del loro potere. Da Atatürk in poi, non essendo ben visti in Turchia i dervisci cominciarono a spostarsi e diventarono una forza significativa in Albania. Dal 1925 i bektashi albanesi si staccarono da quelli turchi e Tirana iniziò a rappresentare una sede importante per l’ordine nei Balcani. Col dominio e l’invasione ottomana di cui sopra, furono esportati nei Balcani antichi riti sciiti che si sono conservati intatti fino ai nostri giorni e rappresentano un Islam parallelo e molto radicato a livello popolare. Una volta all’anno, il 22 marzo, i dervisci dell’ordine rifai di Prizren celebrano il Nevruz (‘nuovo giorno’) che segna l’inizio della primavera, ovvero il primo giorno dell’anno secondo il calendario persiano.

 

Prizren 22 marzo, ore 11

Entriamo nella tariqua Rufaì di Prizren. Siamo un gruppo di dieci italiani e abbiamo chiesto di riservarci dei posti per assistere alla celebrazione del Nevruz. Uno dei dervisci (nel tipico abito nero e bianco) ci accoglie, ci invita a toglierci le scarpe e ci fa accomodare. Ci stringiamo perché il posto è piccolo e arriveranno altri spettatori. Siamo curiosi perché ci hanno raccontato di questo rito di fachirismo e misticismo. Ci sono degli uomini dervisci seduti sul tappeto, al centro della tariqua . Le donne stanno sul ballatoio e non prenderanno parte attiva alla cerimonia. Alcuni dervisci anziani iniziano una danza, ma poi si risiedono. Arrivano altri ospiti, molti fotografi, i militari della Kfor tedesca, le autorità. Comincia a fare caldo e ci invitano a smontare la finestra! (perché non c’è sufficiente spazio per aprirla). La cerimonia pare non iniziare. I dervisci sono molti – tutti in abito bianco e nero- e si dispongono in cerchio seduti. Indossano tutti un cappello (bianco e nero pure quello) e, a seconda dello spessore della fascia nera, sono più o meno importanti secondo una gerarchia interna. Ci sono uomini, bambini e anziani. Ad un certo punto tutti zittiscono. Entra una processione che introduce il capo dei dervisci, lo schaik. La cerimonia ha ora inizio. I dervisci cantano inni e ballano in cerchio. Pregano per la pace e la tolleranza. Si alternano voci singole che intonano versi del Corano e canti di gruppo. Ad un certo punto ci sono alcuni riti di iniziazione e alcuni uomini si presentano al schaik che consegna loro un nuovo copricapo.

La cerimonia è lunga; passano a dare delle caramelle ai presenti (prima che qualcuno svenga, penso). Ho l’impressione che molti di loro siano caduti in una sorta di trance e al culmine del rito avviene l’atto del fachirismo. Mentre alcuni dervisci suonano tamburi e cantano, lo schaik prende dei lunghi spilloni e inizia a infilzare alla bocca i dervisci che si sottopongono volontariamente alla prova, a cominciare dai bambini. Cerco di coglierne il senso, ma, soprattutto nel caso dei bambini, rimango impressionata e perplessa. Indubbiamente è un rito propiziatorio e d’iniziazione, per loro un momento di festa e incontro. La danza continua, finché lo schaik rimuove gli spilloni. Sono tutti molto stanchi. Noi anche. Sono le quattro. Usciamo dalla tariqua pensando che, al di là delle opinioni personali, abbiamo assistito ad un momento importante per la comunità dervisci, un modo diverso di celebrare la primavera.

Anna